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Musica e tradizioni dell'area celtica a cura del gruppo musicale Shamrock

Le origini dei Celti.

Spesso si associano i Celti ai megaliti presenti in aree come la Bretagna o l’Irlanda, ma in realtà questi ultimi sono più antichi di due o tre millenni: l’identità dei Celti si delinea, dopo un complesso processo cominciato all’inizio del 1° millennio a.C., verso la metà dello stesso millennio, nelle regioni a nordovest delle Alpi; le origini di tale popolo si perdono però nella preistoria, e vanno probabilmente ricercate nel flusso migratorio dei primi popoli indoeuropei che invasero l’Europa centrale, i popoli detti dell’”ascia da combattimento”, la cui cultura si fuse con quella di un altro popolo proveniente dal sud della Spagna.

Si sono quindi individuate due età in cui la civiltà dei Celti si evolse:

· 800-450 a.C.: cultura di Halstatt (età del ferro antico)

· 450- I sec. a.C. cultura di La Tène, periodo di massima espansione (dalla Spagna all’Irlanda all’Asia Minore)

In quest’ultimo periodo i Celti vengono a contatto, anche violentemente, con le altre culture come quella romana: sono di questo periodo i reportage degli storici dell’epoca (Strabone, Diodoro Siculo) che costituiscono quasi le uniche fonti sui costumi dei Celti, e li descrivono come guerrieri coraggiosi e temuti. Come noto, i Celti erano un popolo ma non una nazione nel senso odierno della parola: pur avendo lingue e culture simili, non si unirono mai in senso politico, ma rimasero un coacervo di tribù gelose della propria indipendenza, e spesso in lotta fra di loro. Questo tratto di estremo individualismo del loro carattere, che i loro discendenti ereditarono, fu la causa della sconfitta che subirono ad opera dei Romani. A partire dal VI e fino al I secolo a.C. i Celti cominciarono ad invadere le Isole Britanniche, probabilmente la Scozia in un secondo tempo a partire dall’Irlanda.

I linguisti dividono le lingue celtiche in due rami principali: il più antico è il celtico q, e comprende i dialetti gaelici o goidelici (irlandese e scozzese soprattutto), il secondo è detto celtico p e comprende i dialetti gallici continentali e il gallese. Probabilmente gli invasori appartenevano al gruppo q. Irlanda e Scozia non furono toccate dall’invasione romana, e l’Irlanda in particolare riuscì ancora a lungo a rimanere estranea anche al potere anglosassone, conservando intatta fino ai tempi moderni la cultura celtica originaria: infatti gli Anglosassoni tra il V ed il VII secolo invasero le regioni orientali e centrali della Britannia, per volgere poi la loro pressione al Galles ed alle terre vicine; gruppi di Celti trovarono scampo all’invasione anglosassone emigrando nella Bretagna continentale (Armorica), portando con sé lingua e costumi. Nel Galles tuttavia il ceppo celtico riuscì a lungo a far sopravvivere la propria cultura anche alla successiva invasione normanna.

A partire dal V-VI secolo d.C. il cristianesimo cominciò a diffondersi nelle isole britanniche, e con esso la scrittura: i monaci cristiani iniziarono l’opera di trascrizione della letteratura locale, trasmettendoci così un patrimonio di cultura risalente anche a molti secoli prima. La sopravvivenza degli usi e della cultura dipese ovviamente dagli eventi storici; per esempio in Scozia i clan delle Highlands poterono godere di un lunghissimo periodo di autonomia, dovuta anche alla difficoltà per qualsiasi potere centrale di tenere sotto controllo una zona così impervia. I clan conobbero la massima fioritura intorno al 1200; la loro autonomia si concluse 500 anni dopo con la battaglia di Culloden (1746), dopo l’ultimo tentativo di insurrezione , al seguito di Charles Stuart (cantato a lungo nelle canzoni popolari come Bonnie Prince Charlie e con poetiche metafore) contro il potere centrale inglese (insurrezione giacobita), detenuto allora dalla dinastia degli Hannover: dopo la sconfitta il sistema dei clan fu smantellato, proibiti il tradizionale tartan e perfino il suono delle cornamuse, e interi villaggi deportati.

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